Reati dei colletti bianchi - avvocato penalista

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Secondo la mia opinione la soluzione può risiedere nella diverse teorie sociologiche delle fattispecie illecite e la Teoria Aspettativa-Valore di Atkinson. Essa fa parte delle teorie motivazionali di tipo conoscitivo e complementare perché è relativa all’input motivazionale a quei bisogni primari quali il cibo e i rapporti sociali.

I nuovi elementi introdotti rispetto alle altre teorie riguardano la possibilità sentita da ogni soggetto di raggiungere il successo e di evitare il tracollo e, in questo senso, è probabile che i colletti-bianchi che delinquono abbiano percepito gli effetti delle proprie azioni come “sicuri” in relazione ai fattori di rischio che il piano criminale avrebbe determinato.

Del resto, questa impostazione é avvalorata in sociologia dalla teoria della scelta Razionale, convalidata da studiosi come C. Beccaria o J. Bentham.

Questo è un elemento di enorme rilevanza, perché vi sono molte persone al modo assai malvagie ma che mai trasgrediscono le regole, in quanto hanno paura della connesse misura sanzionatori e la percepiscono come reale e assai realizzabile.

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Sempre la teoria richiesta -Valore può servirci per determinare anche l’azione dei colletti bianchi nel caso in cui sono spaventati dai dirigenti superiori della loro stessa ditta/organizzazione:

da ciò che è stato statuito da un mio collega legale, é una prassi più frequente di quanto si pensi. Invero, quando giunge l’invito di partecipazione al programma criminale, non è facile tenere la propria equidistanza e rispondere “no, non sono intenzionato”, per poi fare finta che non fosse successo nulla.

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Le due sole soluzioni sono acconsentire al piano, ma correndo il rischio di essere scoperti dagli organi di polizia, o presentare denuncia al soggetto che ci ha minacciato con la quasi- convinzione di essere esonerati.

Questo produce risultati assai negativi per il soggetto ricattato, per la rilevanza che l’impiego ha nella vita di tutti noi sia come strumento di auto sostentamento sia come elemento basilare che caratterizza la propria soggettività.

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Sebbene sia una decisione complicata da prendere, è probabile che i vantaggi dell’intervento criminale possano servire a spostare l’ago della bilancia verso la decisione percepita come meno rovinosa (meglio rischiare di essere scoperti che la quasi – certezza del licenziamento) e più produttiva.

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Poi, come personale considerazione, non posso nemmeno evitare di far riferimento alla notevole sensazione di compiacimento da parte del soggetto che delinque per aver “raggirato” lo Stato e gli enti, anche se qui siamo più vicini alla materia della psicologia generica e della personalità. Tra i valori odierni c’è indubbiamente l’agiatezza ma essa non è conseguibile da tutti con strumenti legittimi, cioè impegnandosi molto nel lavoro … o con un colpo di fortuna al lotto! In questo modo, l’atto delinquenziale è l’unico modo per conseguire la ricchezza, ambita e desiderata un po’ da tutti ma che nella vita di tutti i giorni per molte persone resta un’ambizione.

Sempre che non si trasgredisca la legge. Ed è forse proprio la condizione reale di alcuni colletti bianchi, in mezzo tra il quasi- ricco e il non- miserabile a determinare una sensazione di delusione per il mancato conseguimento della ricchezza, e da qui la voglia di raggiungere la ricchezza con ogni mezzo, non perché ve ne sia il reale bisogno ma come status e esempio di affermazione nell’odierna società capitalista.

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Naturalmente, per avvalorare questa teoria, bisognerebbe soffermarsi analiticamente sul bagaglio culturale di ogni colletto bianco che in seguito delinque e riconoscere il complesso di valori personali, la loro concezione di cosa sia esatto o errato e cosa sia necessario per vivere, per poi compararli ad altri che si trovano nella stessa condizione e status economico che però non eseguono in alcun modo crimini.

Uno studio scientifico in materia psicosociale che pare più un lavoro complicato, per non dire utopistico.

Mera avidità a parte, è necessario anche considerare che, per alcune persone che in molti casi hanno avuto un passato non facile, lo Stato e il contesto sociale sono la rappresentazione dell’avversario, contro cui si è sempre in guerra per procacciarsi mezzi di differente natura, incluso l’impiego e la ricchezza: è l’idea delle cose a somma zero, in cui chi riesce ad avere qualcosa istintivamente la sta strappando ad altri, anche se verosimilmente non si sa chi sia.

Queste sono persone che sentono di essere state ingannate dalle istituzioni che sono in una condizione di obbligo verso di loro per il “bottino”. Pertanto la concezione secondo cui le istituzioni statali siano in dovere verso di loro “autorizza” implicitamente alcune persone a “uguagliare il debito” con azioni di delinquenza, intesa come strumento di rappresaglia, di vendetta fai-da-te.

La sociologia può avvalorare quanto detto con altre due definizioni della criminalità intersecabili tra loro.

Donald Sutherland, con la sua teoria della Subcultura, afferma come nella società attuale coesistono molteplici culture completamente diverse se non opposte. Il soggetto che delinque lo fa perché si conforma alle aspettative dell’ambiente in cui vive, osservandone le specifiche regole:

è dunque il nucleo d’adesione, non la persona, ad essere un “degenerato/criminale”. Quindi, il soggetto criminale avrebbe unicamente assimilato i valori del suo ambiente sociale di riferimento, compiendo azioni criminose (es. il riciclaggio di droga) valutandoli come una condotta conforme a livello etico in relazione all’ottenimento dell’agiatezza e di conseguenza la rispettabilità da parte dei suoi simili.

Questa concezione è collegabile alla teoria del Controllo Sociale, secondo cui la maggior parte dei soggetti non delinque perché è ostacolata dal controllo sociale mirato o indiretto.

I fattori di ostacolo sono sia le specifiche regole e le forze di polizia ma anche la sensazione di malessere, colpa e difficoltà che si sentono quando si compie un’infrazione di una norma e, ancora, il nesso psicologico e sentimentale con i propri familiari che ci porta a non compiere azioni che ci indurrebbero a rischiare di perdere la loro stima e attaccamento.

Quindi, se un colletto bianco compie un’azione criminosa nel suo ambiente di riferimento, in molti casi vuol dire che è sicuro di non correre il rischio di essere biasimato dai propri parenti, vuoi per le suddette considerazioni sul gruppo di riferimento, vuoi anche perché le probabilità che il soggetto percepisce di essere scoperto e di doversi poi rapportare ai giudizi di altri erano forse pari a zero o assai basse.