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La concussione è una fattispecie di reato disciplinata dall’Art. 317 del Codice Penale, che può essere eseguita solo da un pubblico ufficiale o dall’addetto a un pubblico servizio; la fattispecie di reato di concussione presuppone che egli, sfruttando il suo incarico o le sue prerogative, forzi o induca qualcuno a dare o assicurare in modo immeritato, a lui o ad un altro soggetto, soldi o altri beni.

Il termine “concussione” invero è di origine latina e vuol dire testualmente “sottrarre” ed è considerato il più articolato dei reato rivolti alla pubblica amministrazione.

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La condotta addebitante consiste proprio nel farsi dare o assicurare, per sé o per altri, soldi o un altro profitto (anche non patrimoniale) sfruttando la propria funzione.

Quest’azione può configurarsi con l’obbligo, ad esempio con ricatto, o tramite impulso, producendo nel soggetto una forte pressione mentale.

La misura sanzionatoria prevista per la fattispecie criminosa di concussione è il carcere da 4 a 12 anni; l’ammenda pecuniaria, prevista dall’iniziale disposizione del Codice, è stata cancellata con la riforma del 1990 a causa della sua irrilevante validità dissuasiva; poi è previsto a carico della persona condannata per concussione il divieto permanente dai pubblici incarichi, o solo di natura temporanea, causa dell’adozione di misure di riduzione della pena.

illecito di riciclaggio di denaro sporco: Nel gergo, che ormai tutti conosciamo, esso è chiamato «lavaggio di denaro sporco» e consta in quell’azione (o insieme di azioni) volte a occultare, coprire o ad ogni modo frenare l’azione di accertamento sull’origine illecita dei beni finanziari o patrimoniali oggetto di un affare finanziario, o, in senso lato, economico. Significa, ossia, da parte dell’individuo detentore di beni o soldi di origine illegale, l’immissione sul mercato con compravendita, convezioni o operazioni totalmente lecite, che la legge autorizza, quanto più «classiche» e «normalizzate».

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Ciò genera già un primo «guadagno», quando, ossia, si è riusciti a non far comprendere alla controparte che la derivazione dei mezzi adoperati per le succitate operazioni è sconosciuta e illecita.

Questo esempio ci mostra subito la difficoltà dell’azione criminosa, tanto complicata da definire proprio in quanto, per dirlo in poche parole, «riciclare è assai facile».

Dalla semplice introduzione sul mercato dei prodotti illeciti, senza che nessuno possa scoprire nulla, il soggetto criminale ha già ottenuto un primo ricavo, non importa se con operazioni che si concludono, sul piano contabile, in pari o in rosso; i prodotti sono stati «riciclati», modificati (almeno apparentemente) dalla loro origine criminosa:

- può essere sufficiente, non finiremo mai di dirlo! Il noto «costo del fornitura» di quei soldi il soggetto criminale non lo ha manifestamente pagato, così come le imposte ad esso collegate; poco rileva se ci «perde» qualcosa in fase di impiego (vale a dire, come si dirà meglio dopo, di «riutilizzo»).

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Questa descrizione concreta della fattispecie criminosa è quella che in verità non è conosciuta ancora da molti, soprattutto quando – sebbene (come vedremo) con qualche fondatissima apprensione – la legge impone oneri, apparentemente «para - inquisitivi», alle classi economiche più soggette all’inconsapevole partecipazione al suddetto complicato iter.

Il nostro codice penale definisce il riciclaggio come una fattispecie criminosa di concorso e di associazione, ossia può essere eseguita da una persona estranea alla produzione dello strumento finanziario, cioè che non prende parte all’esecuzione del crimine presupposto, ma interviene soltanto nella fase di gestione della riserva.